Appuntamento con l’intervista: “Liquirizia” di Claudio Loreto

  • Buongiorno Claudio, benvenuto nel “Rifugio dei Pensieri”. Prima di parlare del tuo libro, ti andrebbe di dirci qualcosa di te?

Innanzitutto grazie al vostro Blog per l’opportunità offertami e ai lettori per il tempo che vorranno concedermi.

Dunque, sono sardo di nascita (con ascendenze friulane), ho vissuto la mia adolescenza in un’altra isola, la Sicilia, e da quando avevo ventitré anni (ora sono alla vigilia dei sessanta) vivo a Genova. Canottiere di lungo corso, in anni più recenti sono stato sedotto dall’alpinismo: il mio “mondo”, oggi, è costituito soprattutto dalle meravigliose Dolomiti.

Il Claudio Loreto “autore” è invece un tale che al liceo fantasticava di diventare nientemeno che un reporter di guerra, tanto da iscriversi alla Facoltà di Scienze Politiche (a indirizzo storico-giornalistico) con l’aspirazione di volare a Peshawar, in Pakistan, e da lì intrufolarsi nel confinante Afghanistan al seguito di qualche gruppo di mujaheddin in lotta contro l’invasore sovietico. Beh, ho finito poi con il ritrovarmi invece seduto – molto meno avventurosamente – dietro una scrivania di banca.

Non ho tuttavia perso il desiderio di scrivere. Dopo avere collaborato a lungo, da “esterno”, con quotidiani e riviste, scrivendo in particolare di Storia e di politica estera, mi sono avventurato nella narrativa, inevitabilmente a sfondo storico: dapprima con una raccolta di racconti di genere vario dal titolo “Gli occhi sulla scia” e successivamente con i romanzi “L’ultima croda” (storia di una incredibile rivelazione, con sullo sfondo gli “anni di piombo” e l’alpinismo d’alta montagna), ”I segreti di Sharin Kot” (la tormentata vicenda personale di un capitano degli Alpini impegnato nel 2010 con i suoi uomini a combattere i talebani in Afghanistan) e, da ultimo, ”Liquirizia”.

  • Di cosa parla il tuo libro “Liquirizia”?

“Liquirizia”, dato il mio background, è un romanzo storico che ha come cornice la spaventosa battaglia di Stalingrado: in esso viene raccontato il lungo e drammatico svolgimento di quell’epico scontro e ciò che seguì alla sconfitta dell’Armata nazista.

All’interno della lotta si dispiega la toccante vicenda sentimentale tra due giovani soldati nemici: Giuliano, italiano, e Tanja, sovietica.

Un amore totale ma, date le circostanze, impossibile. Una storia destinata a interrompersi bruscamente, eppure capace di lasciare un segno e una speranza indelebili nei cuori dei due ragazzi.

  • Il titolo è molto particolare e non svela molto sulla storia, come lo hai scelto? E che significato ha?

Il titolo, indubbiamente curioso per un racconto di guerra, deriva dal nome dell’orsacchiotto di pezza che aiuta fin da bambina Tanja a vincere di notte la paura del buio: la soldatessa lo porta con sé dentro lo zaino nel corso della guerra. Esso avrà infine un ruolo importante nell’esito finale della vicenda.

  • Chi sono i protagonisti del racconto? Come li definiresti?

I milioni di uomini e donne gettati da un folle disegno nell’abisso della Guerra in Europa Orientale. E tra loro troviamo il sanremese Giuliano, uno studente universitario vestito da sottotenentino della VIII Armata Italiana, e la moscovita Tanja, promettente ballerina diventata suo malgrado un’abile cecchino.

Sullo sfondo, a concatenare i destini dei due ragazzi, ci sono il generale dell’Armata Rossa Stepan Kovalev e, appunto, il pupazzo “Liquirizia”. Ciò che accomuna i tre militari sono l’avversione alla Guerra a cui tuttavia sono obbligati e l’arduo sforzo interiore di conservare, in mezzo agli orrori che devono vivere, un frammento di umanità.

  • Hai dedicato il tuo romanzo a qualcuno in particolare?

A tutti coloro che lottano, con il cuore, per il risveglio della ragione.

  •  Da cosa o da chi hai tratto ispirazione per il tuo romanzo?

Mi ha mosso il “sogno” della fratellanza universale; il volere credere nella possibilità dello sbocciare dell’amore più profondo e vero anche tra nemici. L’idea di Tanja e Giuliano mi è sprizzata in mente all’improvviso la sera di San Silvestro del 2018, proprio come un fuoco d’artificio. Agli inizi del nuovo anno ho cominciato a buttar giù la loro storia così come via via scorreva da sé davanti ai miei occhi, simile a un film.

Sfruttando in ufficio le pause-pranzo (e saltando dunque pasto) e rubando qualche ora alla famiglia la sera, alla fine di febbraio il lavoro era già concluso, solo da rifinire un po’.

  • Come mai hai scelto di ambientarlo in un periodo storico così difficile e doloroso?

Per rendere plausibile la mia “fantasia” necessitavo di uno scenario bellico fatto di spazi ristrettissimi e a tal fine lo scontro di Stalingrado, per le sue dinamiche, costituiva ai miei occhi il palcoscenico ideale, quello cioè che più di qualunque altro offriva la credibile possibilità di un incontro ravvicinatissimo” tra i miei due immaginari protagonisti.

  •  La stesura del racconto è stata lineare o hai trovato delle problematicità durante il percorso di scrittura?

Come ho detto, la trama è sgorgata dalla penna (io scrivo rigorosamente a mano) praticamente da sola: semplicemente, ho immaginato di trovarmi lì sul posto e, proprio come un reporter, ho registrato sulle pagine bianche le scene che “vedevo”. Quindi no, nessuna particolare difficoltà. Ho dovuto solo prestare attenzione a creare il giusto equilibrio tra l’illustrazione dei reali avvenimenti storici e la narrazione della vicenda – frutto di fantasia – dei due giovanissimi soldati.

  •  Perché i lettori dovrebbero acquistare il tuo libro?

Propongo loro di leggerlo perché se non conosciamo il nostro passato non possiamo sperare in un mondo migliore; perché dobbiamo sforzarci di capire e possibilmente rispettare l’altro. Invito inoltre ad assaporarlo lentamente, proprio come fosse una… liquirizia, poiché narra anche di una storia d’amore, e senza amore la vita non è vita. Esso inoltre serba avvincenti intrecci e sorprendenti colpi di scena.

  • Nel mio blog ho inaugurato una rubrica che si chiama una canzone per un libro, qual è la canzone che tu attribuiresti al tuo libro? O che ti ha ispirato una parte del libro?

Più che una canzone, un motivo musicale: l’appassionante e coinvolgente colonna sonora del film ”L’ultimo dei Mohicani”, composta da Trevor Jones e Randy Edelman.

  • La tua passione per la scrittura da dove nasce?

Mi è sempre piaciuto scrivere, fin da ragazzino. Ho iniziato alle scuole medie, redigendo per i compagni di classe i resoconti delle partite di calcio che ascoltavo con l’orecchio appiccicato a una piccola radiolina. Poi al liceo ho dato vita a un diario “camuffato”: sulle sue pagine le mie vicende personali risultavano infatti vissute da personaggi in realtà inesistenti ed è così che, alla fine, è nato il mio primo racconto lungo; in seguito l’ho intitolato ”Storia di una storia”.

  • Chi è stata la prima persona a cui hai parlato del tuo romanzo? Qual è stata la sua reazione?

Mia moglie, come sempre. Una grande lettrice e una critica molto severa. “Ovviamente” ha storto il naso, ma non troppo: il che per me significava che anche questo lavoro in realtà meritava di essere proposto agli editori.

  • Cosa, secondo te, fa di un libro un “buon libro”?

Se scritto da un romanziere del passato, un “buon” libro è quello che ci consente di aprire un’ampia finestra sull’epoca dell’autore e di conoscere meglio gli avvenimenti e l’Umanità di un dato tempo. L’opera di un autore contemporaneo può a mio parere essere analogamente definita “buona” se offre strumenti aggiuntivi di analisi per comprendere meglio la confusa realtà nella quale ci dibattiamo oggi.

  • Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Al momento sono in “pausa”. E dato che per me scrivere è un puro divertimento, ritirerò la penna fuori dal cassetto soltanto se e quando mi balenerà d’improvviso nella testa un nuovo intreccio: potrebbe quindi accadere già domani, o magari mai più, chissà!

Nel frattempo fremo dalla voglia di tornare in montagna, al momento proibitami dalla triste emergenza sanitaria in corso: è là che è nata l’ispirazione della maggior parte dei miei racconti.

  • C’è un messaggio particolare che vuoi comunicare attraverso questo romanzo?

Nel racconto è presente, forte, la speranza che anche nei momenti più cupi la parte migliore dell’Uomo possa riemergere e affermarsi; così come vi è il messaggio che – come ha scritto Renato Casarotto, un grande alpinista purtroppo scomparso sul K2 – “…alla base di tutto, di ogni azione che l’uomo compie, deve esserci sempre l’Amore”.

La storia di Tanja e Giuliano è un invito a guardare in primo luogo nell’altro il suo cuore e la sua anima.

Inoltre, le emozioni: ”Liquirizia” intende suscitarle, vibranti, nel suo paziente lettore.

  • Cosa vorresti far sapere ai lettori, del tuo libro, che non ti ho ancora chiesto? Magari una piccola curiosità…

L’episodio in cui Giuliano, correndo a difesa di due prigionieri sovietici, minaccia con una bomba a mano un soldato tedesco: beh, quello non l’ho affatto inventato, bensì preso a “prestito” dal protagonista dell’avvenimento reale, che me lo raccontò qualche anno prima della sua scomparsa; il fatto si confaceva magnificamente al temperamento che intendevo attribuire al mio giovane sottotenente.

  • Dove troviamo il tuo libro?

Il volume è ordinabile presso le librerie ed è inoltre disponibile sugli stores on-line (LaFeltrinelli, IBS, Amazon, Mondadori, IlLibraccio, per citare i più noti).

  • Il consiglio che vorresti dare a chi si appresta a scrivere un libro per la prima volta.

Di farlo per mera passione e con il massimo trasporto, senza minimamente domandarsi se il suo lavoro incontrerà o meno l’interesse di una qualche casa editrice: innanzitutto l’esordiente deve trovare se stesso, svuotare tutto il proprio cuore. Gli altri aspetti verranno poi da sé.  

  • Concludiamo lasciando ai lettori la frase, per te, più significativa del tuo libro.

Due righe, che proprio in queste settimane di accesa polemica politico-economica mi sembra possano assumere un qualche significato. Esse chiudono un colloquio tra Giuliano, ostile al nazismo, e un anziano e onesto soldato tedesco: “… Il sottotenente gli porse la mano, che l’altro strinse forte con entrambe le sue e con sulla bocca un sorriso triste. Il giovane comprese che non tutti i tedeschi erano belve”.

Grazie per aver scelto di rilasciare un’intervista a “Il Rifugio dei Pensieri” e buona fortuna per il tuo futuro; attendiamo con ansia un tuo nuovo romanzo.

 

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