“Peccati di redenzione. Parte 2” di Sebastian Febbo

Lo spesso portone si aprì pochi secondi dopo, rivelando il preoccupato volto di  un frate francescano. Era un volto vecchio, scavato e dalla barba incolta, la chierica era arruffata e incrostata di sporcizia, come il nido di un rapace, e il naso era aquilino e sbilenco. Aveva impressa sul volto un’espressione di bieca apprensione, e scrutava i due soldati con occhio indagatore e sospettoso.
«Schiavo suo. Siamo due soldati della Brigata Umbra. Ci chiedevamo se potevamo passare la notte nella vostra abbazia, col permesso vostro e di Iddio. Siamo buoni cristiani, lo giuriamo sulla testa nostra. Se foste così gentili da ospitarci per un po’…».
«Benvenuti nella casa di Dio, fratelli» li interruppe il frate, mostrando un malsano sorriso che sapeva di sporcizia «non siete i primi che chiedono rifugio qui. Ma la dimora del Signore è aperta a tutti i peccatori, non temete. Non posso negarvi vitto e alloggio come si deve. Ma entrate, entrate…».
Il fraticello spalancò lentamente le porte della basilica, facendo scricchiolare pericolosamente le antiche giunture. Leon sorrise al figuro, e ammirò l’interno della basilica. Sembrava che il tempo lì dentro si fosse fermato. La  luce biancastra e filtrata dalla fumosa nebbia trapelava dai fori e dalle crepe delle pareti, nonché dall’enorme rosone, che illuminava l’altare con precisione matematica. Le diroccate pareti erano spoglie di quadri e icone, e solo le incavate figure della Via Crucis decoravano i muri di pietra nerastra. Le panche erano state ammassate sul lato sud della basilica, e alcune erano state bruciate durante la notte, come si poteva notare dalla cenere ammucchiata al centro. Stesi a terra, appoggiati alle macerie o a sedie di legno, stavano silenziosamente cinque soldati. Uno di loro dormiva, russando grottescamente con le fauci piene di saliva, uno di loro tremava come una foglia e fissava il vuoto con sguardo evanescente, e gli altri tre smicciarono i
due nuovi arrivati con sguardo malinconico e sospettoso.
Leon sussultò quando il frate richiuse il portone con un tonfo sordo «Sono padre Teodosio,» mormorò, cominciando a dirigersi faticosamente verso l’ammasso di panche «come vi ho detto, ci sono già altre povere anime che hanno deciso di rifugiarsi nel Signore…».
«Da quanto tempo sono qui?» chiese Leon, cercando di sostenere lo sguardo di uno dei tre soldati che lo fissava in cagnesco.
«Non lo so. Credo non lo sappiano neanche loro. In ogni caso, ecco il vostro giaciglio» il frate estrasse un cumulo di paglia da sotto l’ammasso di legna, quindi si voltò lentamente a fissare Berto.
«Come mai non dici niente, tu?» disse, fissando corrucciato il ragazzo negli occhi.
«È muto dalla nascita. Se deve dire qualcosa lo scrive su quel libretto. Siamo bravi ragazzi, non tema» rispose Leon, accorgendosi dell’espressione di disagio nel volto del compagno, che lo ringraziò con gli occhi.
«Dalle mie parti non mandano gli storpi a far la guerra. Dove siamo finiti… Accidenti, che vergogna…» mormorò padre Teodosio, chinandosi nuovamente a sfilare il secondo giaciglio da sotto le panche.
«Quanti altri frati ci sono qui dentro?» chiese Leon, senza smettere di guardarsi intorno, riempiendosi gli occhi della gotica desolazione della basilica.

«Non sono un frate» rispose a mezza voce padre Teodosio «e sono qui da solo…». Detto ciò, il religioso porse i due ammassi di lercio pagliume ai due soldati, e li superò appoggiandosi stancamente a una spessa colonna.
«Non avete dei dormitori dove possiamo stare?» domandò Leon, cercando di mascherare il ribrezzo per quella paglia sudicia. Aveva dormito in posti dieci volte peggiori in trincea, certo, ma la sua mente ormai si era rasserenata a causa della severa bonarietà del religioso. Gli pareva lecito chiedere il meglio ormai che c’era. Berto gli tirò uno scappellotto con aria di rimprovero. Padre
Teodosio si voltò fissando il soldato con il viso scavato. 

«Dovete rimanere qua perché se i soldati arrivano qui e vi scoprono, non possono toccarvi finché state su suolo sacro. Asilo politico. Siete più al sicuro qui dentro che in qualsiasi altro luogo, non temete…» rispose calmo, quindi si allontanò verso le poltrone sopra l’altare.
“Sfacciato” scarabocchiò Berto sul taccuino, mostrandolo al compagno. Leon sollevò il sopracciglio «Questo prete ha un cuore d’oro, sta tranquillo» disse, rassicurando l’amico, quindi fissò il mucchio di paglia che aveva in mano.
«Andiamo a sistemarci» aggiunse, e cercò con gli occhi un punto della chiesa dove avessero potuto dormire al riparo dai bramosi sguardi degli altri soldati. Si diressero verso un punto della chiesa che sembrava più pulito, e passarono di fianco al soldato che ancora tremava e fissava lo stesso identico punto inesistente di prima. Leon deglutì silenziosamente, e distolse lo sguardo. Gli
altri soldati ormai avevano perso interesse nei nuovi arrivati, e padre Teodosio si era seduto compostamente sulla poltrona sopra l’altare, e stava recitando una litania in latino, forse i vespri. Uno dei soldati, il viso scarno e con occhiali tondi sul naso, si mise a pulire lo scarpone con la baionetta, e riprese a scrutare i due compagni con la fronte aggrottata.
Leon distese il cumulo di paglia e lo stirò come meglio poté sul freddo pavimento di marmo, quindi si sfilò il pesante zaino dalle spalle, che subito si sciolsero frizzanti di sudore. Lo depose quindi come cuscino sul suolo. Berto lo osservò e fece lo stesso, appoggiando il moschetto alla decrepita parete.

«Le armi vanno messe dietro all’organo» disse padre Teodosio, interrompendo la monotona litania. L’eco della sua voce rimbombò nella chiesa a tal punto da far sussultare Leon e il compagno.  Stavolta il ragazzo decise di non discutere o fare domande, e si trascinò frettolosamente fino  all’abside per deporre lì l’arma. All’addestramento gli avevano riempito la testa di scemenze del tipo che il fucile era il suo unico amico in guerra, e che non doveva mai e poi mai separarsene, ma tenerlo pulito, ordinato, scintillante. In verità Leon non vedeva l’ora che la guerra finisse per romperlo e bruciarlo, come fanno i discoli con i quaderni scolastici. Lo gettò sotto l’immoto organo, dove erano già accatastati i moschetti degli altri soldati, e ritornò al giaciglio, seguito dal compagno. Padre Teodosio riprese a mormorare in latino, e i soldati a tremare e pulire gli scarponi.
“Siamo salvi” scrisse Berto sul taccuino, girando le sporche pagine a cominciarne una nuova. Il compagno gli rivolse un mezzo sorriso, poi si gettò sul pagliericcio con un respiro profondo.

«Non voglio pensare adesso, Berto. Voglio solo dimenticare e dormire. Voglio aspettare che tutto finisca, e soffocare le emozioni negli incubi. Ormai hanno più consistenza del mondo, e sono più interessanti…» Leon tirò un sospiro disollievo «Però sì, mille volte meglio qui che in trincea…». Berto annuì e si stese sulla paglia. Lo zaino era un ottimo cuscino dopotutto. Leon serrò gli occhi e si assopì in un aspro dormiveglia, in un sonnolento mezzo riposo che gli inebetì la mente, calando come uno spegnimoccolo sulla candela già agli ultimi fiati, lasciandolo sveglio e dormiente, pronto a destarsi di colpo al minimo colpo di fucile. Un sonno da trincea.

Sebastian Febbo.

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