“Peccati di redenzione. Parte 3.” Un racconto di Sebastian Febbo.

Leon si svegliò di soprassalto quando udì dei cupi, pesanti colpi al portone. Padre Teodosio cessò le sue sussurrate litanie, e lentamente si alzò dalla sedia, estraendo le chiavi per aprire il cancello dell’altare. Tutti i soldati, meno quello che tremava e fissava il vuoto, si voltarono a fissare l’entrata della chiesa. I colpi risuonarono di nuovo, decisi e annoiati. Padre Teodosio cercò di affrettare i suoi passi da anziano per non far aspettare l’ospite. Berto stiracchiò le membra e diede un colpetto sulla schiena al compagno. Il frate aprì infine frettolosamente il portone di legno, rivelando sulla soglia la
composta figura di un soldato biondo e quasi privo di sporcizia da trincea.L’uomo fissò con occhi sgranati il prete, dilatando le pupille, poi parlò: «Sonoil soldato Angelo Sirfeni. E vengo per…» il figuro parve subito bloccarsi nel bel mezzo di un discorso preparato. Leon fissò il soldato attentamente, squadrandolo da lontano con indiscrezione. Era un ragazzo più vecchio di loro, eppure molto più bello e delicato. Il suo viso era immacolato, al contrario dei loro, sfregiati dal fango e dal sangue, e dei capelli biondi e lunghi non era difficile riconoscere il colore. Padre Teodosio era forse il più inebetito e insospettito tra gli individui lì dentro, e fissava lo strano figuro con espressione corrucciata e sorpresa. L’uomo guardò in alto a sinistra nel tentativo di riafferrare parole dimenticate, poi tossì un rauco sospiro.

«Vengo per la guerra» mormorò con voce scialba, fissando l’edificio davanti a
lui con occhiate repentine, da rettile.
«Tutti siamo qui per la guerra» rispose Padre Teodosio con velata incertezza «è quando si fanno avanti gli orrori della guerra che l’uomo ha più bisogno di Dio». Spalancò le porte per incitare il soldato ad entrare, nonostante fosse visibilmente confuso.  

«Gli orrori della guerra…» sussurrò a mezza voce Angelo, sgranando ancor di più gli occhi e fissando il prete morbosamente, quasi dovesse indagargli l’anima. Leon a quel punto si rese conto della pazzia che affliggeva la maggior parte dei soldati lì dentro, e quanto padre Teodosio fosse un religioso dal cuore d’oro per sopportare l’accoglienza di tali uomini. Lui e Berto avevano certamente vissuto traumi indescrivibili lì fuori, un metro sottoterra come i cadaveri, nelle trincee dove bisognava stare attenti a non calpestare sorci e compagni morti, nella terra di nessuno dove l’unica speranza era che la pallottola perforasse il cranio per una morte più indolore. Quei disertori nella chiesa, però, erano a quanto pare inebriati dall’ultima goccia che aveva fatto traboccare il vaso della sanità mentale. Già il soldato che tremava e sembrava vivere in un altro mondo lo aveva fatto rabbrividire, ma Angelo Sirfeni era molto più terrificante. Gli occhi azzurri avevano inchiodato l’anima di Leon non appena vi avevano indugiato, riflettendovi una quantità di orrori vissuti che mai Leon avrebbe nemmeno pensato. Quell’individuo non poteva più essere un uomo dopo il male che aveva passato, no, Leon lo aveva visto nei suoi occhi. Aveva oltrepassato la soglia ormai. Eppure coraggiosamente
padre Teodosio lo stava accogliendo.

I due entrarono nella basilica, e il prete si curvò gobbo a richiudere stancamente il portone dietro di sé. Angelo camminò verso il centro della basilica con passi lenti e cadenzati, quasi a voler attirare l’attenzione degli altri. Erano passi silenziosi e soffocati, da spia. Con ancora gli occhi fuori dal
cranio come quelli di un bue, si guardò intorno, fissando silenziosamente negli occhi un soldato per volta, e trasmettendo nuovamente il flusso di disagio e di superiorità per orrori vissuti nelle anime di tutti.

«Gli orrori della guerra…» ripeté a bassa voce. L’eco fece vibrare la voce, amplificandola solenne.

«Come dici?» lo interruppe padre Teodosio, voltandosi di scatto verso il soldato. Questa volta la perplessità dipinta sul volto del prete cominciò a deformarsi in ansia. Forse questo soldato non era come tutti gli altri, forse non avrebbe dovuto aprire il portone questa volta. 

«Gli orrori della guerra…» questa volta il tono di Angelo era più alto e secco «Li ho vissuti, sì…».

Leon si alzò nervosamente dal pagliericcio. Non capiva se quel soldato fosse un pazzo come mille altri ammattiti per la guerra o fosse una sorta di allucinazione angelica. Un demone bellissimo salito direttamente dall’inferno.

«Tutti questi uomini li hanno vissuti» rispose padre Teodoro, senza muoversi dal portone, probabilmente per timore di avvicinarsi a quell’etereo figuro.

Angelo fissò il prete dritto negli occhi con espressione glaciale, immota «Qual è il tuo nome, frate?» chiese con tono secco.

Padre Teodosio cercò di rimanere alto e severo, nonostante fosse piuttosto gobbo e la sua espressione fosse costantemente bonaria, ma si intravedeva senza fatica una certa paura del religioso nei confronti del tristo soldato in piedi in mezzo alla chiesa.

«Non sono un frate» rispose infine «mi chiamo padre Teodosio».

«Teodosio» lo interruppe Angelo, continuando a fissarlo serio e troneggiante «sai che significa il tuo nome? Significa “colui che dona a Dio”…».

Leon non sapeva se essere terrorizzato o affascinato da quell’uomo. Il suo tono era sussurrato ma imponente, il suo volto inespressivo come quello di un angelo, ma scavato dal dolore e dall’orrore vissuto. Padre Teodosio aveva ora più che mai difficoltà a sostenere il gelido sguardo del soldato.

«Che cosa hai donato a Dio, Teodosio?».

Il prete rimase spiazzato da quella domanda, e Leon notò che ormai la sua pazienza era sul punto di mandarlo fuori dalla chiesa, ma i suoi voti non lo permettevano.

«Hai donato la tua vita? Che se ne fa il Signore della tua vita?».

«Ho donato la salvezza a questi poveri soldati» rispose frettolosamente padre Teodosio, al limite del nervosismo «sono tutti dei poveri cristi costretti ad ammazzarsi in una guerra che nessuno ha voluto. Anche tu sei uno di loro, e non posso negarti un alloggio nella casa di Dio. Taci le tue domande, perché sei in un luogo sacro, e ti imploro di parlare come parlano i bravi cristiani…».

«Implora il tuo Dio al posto di implorare me. E poi riferiscimi la sua risposta» disse secco il soldato. Padre Teodosio boccheggiò irritato per la bestemmia del ragazzo, e sembrò essere pronto a ribattere quando Angelo Sirfeni sfilò il moschetto dai lacci dello zaino.

Leon si alzò allarmato, seguito da Berto, e tutti i soldati lì dentro smisero di fare ciò che stavano facendo. Il soldato che ancora ronfava nel dormiveglia scattò in piedi allarmato, mentre il ragazzo che non aveva fatto altro che tremare si voltò improvvisamente verso il prete.

«Le armi vanno riposte sotto l’organo» balbettò padre Teodosio con insicurezza ma docilità. Voleva calmare il soldato, anche lui aveva compreso che era più pazzo degli uomini che erano finora entrati in quella chiesa. Lentamente, il soldato che prima riposava in dormiveglia si trascinò in silenzio verso il deposito delle armi, pronto ad afferrarne una se fosse stato necessario.

«Questi uomini non hanno visto nulla degli orrori della guerra… Gli orrori della guerra… Hanno forse visto le bombe? Gli schioppi? Il sangue? Non hanno tuttavia visto gli uomini. Sono gli uomini i veri orrori della guerra… Gli orrori della guerra… Sono gli uomini che uccidono gli uomini, che giocano a
smuovere pedine su un tavolo di carta, che come i monelli si tirano scappellotti fino ad azzuffarsi a morte, che non sanno guardare il mondo più in là del loro schioppo… E chi si salva? Nessuno si salva da quella condanna che è l’umanità. Nemmeno tu, prete, sei senza peccato, perché sei nato
uomo. Tutti questi poveracci qui dentro sono uomini che uccidono altri uomini, e poi tremano dal terrore d’essere uccisi da altri uomini. Ma tutti voi avete peccato. Vi siete lasciati infatuare dai discorsi di chi è detto esser il capo, vi siete lasciati andare alle passioni, come le belve, come i porci, senza
ascoltare la ragione. Siete tutti dei porci soldati che moriranno dimenticati nell’illusione di essere eroi, vermi striscianti nella vostra stessa livida melma. Siete un uccello che si abbandona al vento perché gli hanno detto che sa volare, e senza sbattere le ali muore. Siete un branco di pecore che scappano
dal lupo, lasciandogli le agnelle. Nessuno di voi cumuli di sporcizia merita di vivere. Sono qui, inviato da Dio per fare giustizia agli uomini…».

Angelo Sirfeni puntò lo schioppo sull’ormai terrorizzato padre Teodoro, quando si udì l’orrido rumore di uno sparo. Il soldato in dormiveglia era riuscito a raggiungere l’organo nel mentre del soliloquio, e aveva mancato il soldato con una pallottola di piombo, scheggiando la decrepita parete dietro di lui. Angelo quindi spostò la mira dal prete al soldato, e il proiettile gli trapassò il petto. Il milite emise un forte grido di dolore prima di spirare. Subito vi fu un subbuglio in tutta la chiesa.

Leon si alzò e afferrò Berto per la manica della giubba, poi corse verso la porta laterale della chiesa, che conduceva ai chiostri della struttura. Il soldato tremante si mise a correre verso il portone di legno di tasso, e venne colpito alla schiena senza pietà. I tre soldati rimanenti corsero verso l’organo, ma
appena Angelo li mirò, cambiarono bruscamente direzione a raggiungere Leon e Berto, imprecando ad alta voce.

Padre Teodoro rimase qualche secondo immobile, sconvolto dal terrore, poi si affrettò annaspando ad inseguire gli altri soldati. Angelo Sirfeni doveva aver già usato due proiettili, perché la cartuccia da cinque del suo fucile era ormai vuota, e la baionetta smontata. Decise che avrebbe prima recuperato
pallottole dal cumulo di armi dietro l’organo e poi li avrebbe inseguiti con calma. 

Leon nel frattempo si accorse che era stato seguito, e cercò febbrilmente con lo sguardo una via d’uscita dal grande chiostro. Berto indicò una porta che sembrava aperta, dall’altro lato del chiostro, che conduceva ad un edificio basso e dalle ampie vetrate. Doveva essere il refettorio. Correndo a
perdifiato, i due compagni si fiondarono dentro l’edificio, dando una forte spallata alla porta di legno. Berto fece segno a Leon di far entrare anche gli altri soldati, e controllò i mobili con cui poter sprangare la porta. Le finestre avevano sbarre di ferro, quindi non si avrebbe potuto abbandonare l’edificio da lì, ma forse quelle ai piani superiori ne erano prive. I tre soldati entrarono ansimando e imprecando all’interno del refettorio, e cominciarono a confabulare ad alta voce su come uscire di lì. Padre Teodoro li seguìgoffamente, appena prima che la figura di Angelo Sirfeni apparisse sulla
soglia della porta laterale della chiesa.

«Dobbiamo barricare la porta!» esclamò Leon agli altri soldati, mentre il prete lo ringraziava a mezza voce per la pazienza. I militi presero un paio di tavoli dal refettorio e in fretta li posizionarono davanti alla porta. Le scale che conducevano al piano superiore erano proprio di fronte alla porta, e questo
faceva in modo che Angelo non potesse entrare, poiché i tavoli facevano da blocco tra la porta e il corrimano di ferro.

Padre Teodosio si sedette su una delle sedie del refettorio ansimando. Leon assicurò al meglio i tavoli con l’aiuto di uno dei tre soldati, accatastandoli tra il corrimano e la porta di legno. Pochi  secondi dopo si udirono dei calci alla porta provenienti dall’esterno, e un occhio albino apparve dietro ad una crepa nel legno.

«Non potete restare qui, fecce!» gridò Angelo dal chiostro, scrutando morbosamente l’interno dell’atrio del refettorio attraverso la fessura «Farò giustizia, e riporterò la guerra che avete scelto laddove l’avete fuggita».

«Sei pazzo!» rantolò uno dei tre soldati, dilatando le pupille, ancora tremante per l’improvvisa sparatoria di pochi secondi prima.

«La pazzia è condizione umana, un’estremizzazione della vostra insensatezza. Non è cosa mia» ribatté con tono piatto e profondo il soldato, levandosi dalla porta in legno. 

«Sei solo un soldato pazzo come mille altri!» insistette il milite, ma l’altro se n’era già andato a passo leggero. Leon tese l’orecchio per udire in che direzione si stesse dirigendo quel matto. La scena era avvenuta in pochi secondi e senza preavviso, risvegliando nel suo animo improvvisamente tutti i nervi temprati dalla trincea, e che quel mezzo sonno aveva strozzato momentaneamente nell’illusione che ormai fosse al sicuro. Ma non sarebbe mai stato al sicuro da nessuna parte, finché la guerra non fosse finita. Forse nemmeno se la guerra fosse finita. Sarebbe rimasto a decorare gli ossari,morto ucciso da uno dei figli pazzi della guerra, forse dimenticato perché morto fuori dal campo, lurido  disertore ammazzato per giustizia da un fratello. Ma che differenza faceva? Non sarebbe stato ricordato comunque, chi avrebbe mai parlato di un conosciuto in guerra? Gli sarebbe toccato ricordar la guerra.

«Ci sono altre entrate qui?» domandò Leon, posizionandosi davanti all’ansimante prete. 

«Si può entrare dalla cucina, ma dovrebbe fare il giro per l’altro chiostro» rispose padre Teodosio, indicando un corridoio di intonaco bianco sull’altro lato del refettorio. Leon fece un cenno a Berto, che accorse a controllare se la porta fosse chiusa.

«E uscite?» s’intromise uno dei tre soldati, che portava gli occhiali e i capelli corti.

«Sempre la cucina. Poi dal chiostro di là potete prendere la scorciatoia per la sagrestia. C’è anche il cancello d’entrata, ma è chiuso a chiave, e le chiavi si trovano lì. Oppure potete uscire dalla porta principale della chiesa, se lui non è tornato lì.

«Perché ci chiama “voi”? Trarremo in salvo anche lei, padre Teodosio…» rispose bonariamente il soldato con gli occhiali «A costo di ammazzare quel matto».

«No…» disse improvvisamente il religioso, aggrottando la sudata fronte in segno di disapprovazione «Non dovete ucciderlo. È un soldato pazzo, sì. Ma è pazzo per colpa della guerra. È per colpa della guerra che ha ucciso quei due poveri cristi. Non spargerete sangue fraterno nella casa di Dio…».

Il soldato occhialuto scosse la testa severamente «Ci stiamo solo difendendo, padre Teodosio. Sono certo che Dio capirà. Israele non ha forse dovuto versare sangue per guadagnarsi la patria?».

Padre Teodosio tossì rauco e fissò il soldato dritto negli occhi «Dio è colui che decide quando l’uomo deve morire. Sei forse tu Dio? Non puoi uccidere la guerra, figliolo, perché uccidendola sarai tu ad alimentarla come assassino. Ascolta le mie parole. Non puoi versare sangue su suolo sacro. È il demonio che ti dice di fare a lui ciò che lui farebbe a te. Ma lui è la guerra, figliolo… Come ti chiami?».

«Isaia» rispose il soldato, annuendo piano.

«Allora ascoltami Isaia, e ascoltami anche tu, – si rivolse a Leon – non dovete uccidere quel povero soldato. Non è sua la colpa di ciò che ha fatto. Egli a casa ha una donna che lo aspetta, come voi, e ha combattuto sulla stessa terra vostra, per gli stessi ideali. Ha solo assorbito troppo di questa orrenda guerra… Non uccidetelo, e dimostrate di non essere come lui…».

Detto ciò, una pallottola frantumò il vetro dell’ampia finestra, colpendo il religioso sul collo. Uno dei soldati lanciò un forte grido, mentre Leon e Isaia, spinti dai riflessi da trincea, si gettarono a terra sotto il davanzale. Il sangue cominciò a sgorgare caldo dalla spalla destra di padre Teodosio, che contorse il viso in una dolorosa espressione di stupore. Cadde dalla sedia sul fianco, e si mise goffamente a premere la mano sul collo. Leon alzò il capo, e notò che Angelo Sirfeni era entrato nell’edificio davanti al loro, e stava puntando il moschetto contro di lui. Si abbassò appena in tempo per schivare lapallottola, che ruppe un piatto di ceramica.

«Padre Teodosio!» esclamò uno dei soldati, gattonando fino al corpo steso a terra, convulso dagli ultimi spasmi di vita mentre il sangue inzuppava la nera tonaca. Leon fissò inorridito il prete che boccheggiava, cercando di formulare le ultime parole prima della morte.

«Andate in sagrestia» balbettò il prete, vomitando un rivoletto di sangue dai vermigli denti «mettete la corona di spine di Cristo sull’argento». Emise un ultimo, rantolato spasmo.

Nessun viatico…» ansimò prima di spalancare gli occhi bovini, e spirare.

«Padre Teodosio!» esclamò il soldato, carezzando l’untuosa barba del religioso, del brav’uomo che aveva accolto dei poveri disertori nella sua casa.

«Stai uccidendo degli innocenti!» gridò Isaia, furente di rabbia e frustrazione «Va’ all’inferno, assassino!». Un altro proiettile scheggiò uno dei tavoli rimanenti, rovesciando una caraffa vuota sulla candida tovaglia.

Berto scosse la manica di Leon, immerso nell’azione della guerra, e gli indicò il corridoio che conduceva alla cucina.

«Dobbiamo uscire da qui senza che ci veda» mormorò Leon agli altri soldati, che lo fissarono con occhi straniati.

«Io non lo lascio in vita, quello» rispose uno di loro, più imbestialito degli altri, facendo un cenno verso la salma sanguinante del prete.

«Non possiamo fare altro. Se vuoi onorare la sua morte, rispetta il suo volere. Non possiamo restare qui. Siamo sotto tiro» Leon lo fissò negli occhi, e vide la miseria e la disperazione di chi, probabilmente, era stato il primo soldato ad essere accolto.

«Ho una pistola che gli avevo nascosto,» sussurrò il soldato, pulendosi rude il sudore dalle guance sporche. Detto ciò, estrasse una beretta dal cinturone che portava.

«È carica,» disse, rivoltandola in mano «lo attiro qui e lo stano».

«No!» lo interruppe Leon «Non verrà più qui finché ci ha sotto tiro. Dobbiamo andare in sagrestia e prendere le chiavi per uscire. Se stiamo bassi lui non si accorgerà di niente». Berto annuì e si preparò a gattonare verso il corridoio che conduceva alla cucina.

«Si accorgerà eccome che ce ne siamo andati. Però io potrei rimanere qui e fare rumore, in modo da farlo restare lì. Poi, appena si stuferà, verrà qui a stanarci, e io lo ammazzerò da solo. Devo vendicare il padre» ribatté il soldato, gesticolando con le mani mentre spiegava.

Berto scosse energicamente la testa, e fece cenno a Isaia e il soldato rimanente di seguirlo furtivamente. Cominciò quindi a spostarsi piano verso il corridoio, stando attento che il loro corpo fosse sempre nascosto dalla porzione di muro tra i davanzali e il suolo.

«Vieni con noi. Padre Teodosio non vorrebbe che tu lo vendicassi. Non sai come andrà il tuo piano. Ti prego, seguici…» insistette Leon, girandosi per raggiungere gli altri. Il soldato scosse la testa.

«Vi sto salvando la pellaccia, non continuare ad implorarmi. Sei stato con quel prete un paio d’ore, non sai un bel niente su di lui. Ora ci penso io a fare giustizia. Non continuare ad insistere, perché non cederò, e vendicherò quel brav’uomo» rispose il soldato. Quindi spinse via Leon con lo scarpone, e si inginocchiò per scrutare il chiostro. Berto fece cenno a Leon di raggiungerli in fretta, e il ragazzo si allontanò con rammarico dal refettorio, lanciando un’ultima occhiata al soldato che voleva vendicare padre Teodosio. Pregò Iddio affinché sopravvivesse, poi s’infilò nel corridoio bianco. Berto aprì la porta della cucina. Era sporca e malmessa, non usufruita da molto, ma Leon non ebbe tempo di soffermarsi sui dettagli, poiché dovevano proseguire rapidi e furtivi. Uscirono sul secondo chiostro, e si guardarono intorno. V’erano il cancello per l’uscita, serrato da una pesante catena arrugginita, la
porta della sagrestia, la porta dei dormitori, e una piccola porticina che portava probabilmente all’abside. 

«Di là si và all’organo» gracchiò Isaia, indicando la porticina «possiamo andare a prendere le armi».
Improvvisamente si udì uno sparo, e un grido. Il soldato che voleva vendicare padre Teodosio a quanto pare aveva fallito. Berto frettolosamente si fece il segno della croce. Il cuore di Leon si colmò improvvisamente di terrore, e il soldato cominciò a correre verso la porta della sacrestia. Appena tentò di aprirla, scoprì con terrore che era chiusa a chiave. Provò a spingere e a dare spallate, ma senza successo. Berto accorse per aiutarlo a sfondare la porta. Purtroppo, però, quella era pesantemente sprangata dall’interno. Si udì del chiasso provenire dal refettorio.

«Presto, prendiamo le armi!» esclamò Isaia, correndo verso la porticina che conduceva all’abside della chiesa. Angelo Sirfeni apparve sulla soglia della cucina con il moschetto in mano, e Leon spalancò gli occhi dal terrore. Senza pensarci due volte, corse verso l’ultima porta rimasta, quella dei dormitori. Abbassò la maniglia con mani tremanti, e vide che fortunatamente era aperta. Ringraziò Dio mentre entrava nei dormitori, seguito da Berto, e una pallottola scheggiò i cardini della porta pochi secondi dopo.

«Presto!» gridò Leon ai due soldati rimasti, corsi davanti alla porta dell’abside, dall’altra parte del chiostro. Appena vide che il ragazzo stava strillando verso quella direzione, Angelo Sirfeni si voltò per cambiare bersaglio. Isaia fissò il pazzo con aria di sfida mista ad inquietudine, poi si fiondò contro la porticina di legno. Era chiusa. Nei suoi occhi si dipinse l’orrore, mentre la pallottola di Angelo Sirfeni lo colpiva al petto, scaraventandolo all’indietro. Il soldato rimanente si abbassò, ma senza successo. Il pazzo lo colpì alla testa, provocando un suono metallico, proprio mentre Leon e Berto serravano la porta dei dormitori con gli occhi strabuzzati. Il buio li avvolse, mentre uno stormo di corvi si levava cupamente in volo.

Sebastian Febbo.

 

Precedente Appuntamento con l'intervista: "Registri Akashici: preghiere di apertura e di chiusura " di Melania Arcese Successivo "Peccati di redenzione. Parte 4." Un racconto di Sebastian Febbo