SPUNTI DI LETTURA. ESTRATTO “APOCALISSE, 2000 ANNI DOPO” DI CHRISTOPHER LEGRADY

Quando Sarah fu sicura che nessuno stesse guardando nella loro direzione, scavalcarono un tronco e si mossero rapide verso lo spiazzo creato dallo schianto, il muso di metallo era accanto a loro, immerso nella terra.

Proprio quando le sembrò che fosse andato tutto liscio, un voce autoritaria gridò: «ehi voi due!».

La sua mente andò subito all’ipotesi peggiore: le avevano già scoperte in qualche modo. Qualcosa nel travestimento non era perfetto. Si preparò a lottare per fuggire e sentì Elizabeth irrigidirsi, pronta a scattare.

 Più avanti, dalla navicella, un umano con una delle strane e sconosciute uniformi si avvicinò.

 «Signore, vi ho visto uscire dal bosco…».

“Oh no. È stata una pessima idea” pensò.

«Credevate che non ce ne saremmo accorti?» disse ancora con fare minaccioso.

 Sarah si preparò a far cresce le liane per rendere l’uomo inerme e fuggire. Lui aprì di nuovo bocca per parlare, e lei temette che volesse dare l’allarme.

“Non devo permettergli di urlare”. Fu sul punto di far spuntare un rovo pieno di aculei.

«Ero stato molto chiaro. Non dovete allontanarvi! Non possiamo garantire la vostra sicurezza se gironzolate fra gli alberi. È pericoloso. Tornate dagli altri per favore».

 Tirò un sospiro di sollievo. «S-sì, ha ragione. Ci dispiace» riuscì a dire, ricordandosi, che gli umani parlavano sempre in modo impersonale con gli sconosciuti.

 Certe volte si stupiva di quante informazioni il pad contenesse, e di come loro non si preoccupassero di tutelarle. Questo era un altro segno di quanto li considerassero inferiori rispetto a se stessi. Mentre si avvicinava al capannello di persone, si voltò verso il punto dove era abbastanza sicura si trovassero Ashlee e Raech. Sapendo cosa cercare, li individuò quasi subito.

Annuirono in modo quasi impercettibile e lei contraccambiò.

Le due donne rimasero in mezzo agli altri umani, senza dire una parola e sforzandosi di avere un’aria spaesata e impaurita, come il resto delle persone. Molti erano riuniti in gruppetti e parlottavano cercando di tranquillizzarsi a vicenda.

Dai frammenti che colse, capì quanto poco sapessero del luogo in cui si trovavano e sembravano temere tutto. Un uomo pestò un rametto, spezzandolo e quasi cadde per terra per lo spavento. Avrebbe voluto mettersi a ridere, però la paura che fosse una cosa sbagliatissima riuscì a sopprimere l’ilarità.

«Questo posto mi dà i brividi» squittì una donna «chissà che c’è fra quegli alberi».

Un’altra accanto a lei cercò di tranquillizzarla. «Rilassati, vedrai che il rumore dello schianto avrà spaventato tutto quello che c’è nei dintorni».

Un commento intelligente, anche se non del tutto vero. Conosceva diversi animali che sarebbero stati attratti per pura curiosità dal rumore. Tuttavia sperò che nessuno di essi fosse nei paraggi. L’ultima cosa che gli serviva era una complicazione del genere.

 Dopo un paio di minuti arrivarono i soldati della scorta. Alcuni di loro erano malconci per via dello schianto. «Ok gente» iniziò quello che sembrava al comando «una nuova navicella arriverà tra dieci minuti. State calmi e non disperdetevi. La situazione è sotto controllo».

«E se dei mostri ci attaccano mentre siamo qui?» domandò un uomo terrorizzato.

«È per questo che ci siamo noi, signore».

Sarah si chiese se l’uomo si riferisse a loro, o semplicemente agli animali. In nessun caso si trattava di mostri: loro non lo erano e gli animali erano solo…animali. Rimase confusa anche dal fatto che si affidassero solo ai soldati per difendersi. Quelle persone non avevano alcun tipo di arma e sembravano decisamente inermi. Si chiese il perché di ciò, ma non le vennero risposte o teorie. Mentre aspettavano, la sua ansia non diminuiva. Nonostante il travestimento stesse ingannando gli umani, o almeno in apparenza, continuava a temere che un qualsiasi elemento a lei sconosciuto, ma di cui avrebbe dovuto tener conto, le tradisse. Proprio per questo, osservò sia i soldati che le persone indifese, studiando a fondo il loro comportamento, per mimarlo alla perfezione e usare le reazioni opportune.

Elizabeth, sempre accanto a lei, faceva lo stesso. Anche se non poteva fissarsi su una singola persona e cogliere i gesti facciali, le teneva tutte d’occhio con la sua vista speciale e ascoltava le conversazioni. Inoltre poteva mimare il linguaggio del corpo, altra cosa indispensabile. Presa com’era dalle sue osservazioni, non si accorse subito del bambino che si era messo a pungolarle una gamba con il dito. «Scusi signorina?».

 Sussultò come se l’avessero aggredita e subito si maledisse per una reazione così stupida: si trattava di un bambino. Che male poteva farle? Passato lo spavento, si chinò verso di lui, studiandolo con attenzione: stimò che avesse sei o sette anni; i capelli neri erano corti e ordinati, gli occhi verdi e la faccia paffutella, con una mucchio di puntini strani nella zona del naso. Indossava una semplice maglietta bianca e dei pantaloncini rossi, abbinati a delle strane scarpe nere con qualche motivo rosso a lei sconosciuto. Ad eccezione dei vestiti e del colore della pelle, non vide nessuna differenza con i bambini di una qualsiasi delle loro specie e questo le straziò il cuore. Non avrebbe mai fatto del male a quel bambino. Perché loro non esitavano a farlo ai loro?

«Ciao» concentrò le proprie attenzioni su di lui, era una piacevole fuga dalla tensione. «Volevi chiedermi qualcosa?» suggerì con gentilezza.

Il bambino esitò un istante. «Hanno tutti paura di stare qui». L’affermazione non la stupì. Non serviva un adulto per leggere la paura sui volti di quella gente. Persino i soldati erano visibilmente a disagio. «Bé, sì» si limitò a dire.

«Ma tu non hai paura. Guardi gli altri tutto il tempo». Quell’affermazione, invece, la stupì e la spaventò anche. Si guardò intorno, temendo che qualcun altro li osservasse, ma non era così. I soldati gettavano un’occhiata su tutti, preoccupandosi più che altro della foresta. Le persone tendevano a starsene in disparte o in gruppetti, i quali cercavano di conversare, oppure restavano in un silenzio impaurito.

Si rilassò, e rise fra sé. I bambini erano molto percettivi, persino quelli umani a quanto pareva. «Invece io ho tanta paura». Non si trattava di una bugia. Semplicemente aveva paura di ben altre cose.

Concentrata sul bambino, notò solo all’ultimo, la donna che si avvicinò. «Smettila di infastidire la signorina» disse severa, poi si rivolse a lei in tono più cordiale. «Mi dispiace, spero non l’abbia importunata».

Sarah restò sconvolta. Era la prima volta che aveva una semplice, autentica e banale conversazione con un essere umano e la prima in cui non le veniva puntata un’arma contro. A un suono di allarme nel suo cervello, si riprese. «No, no…non si preoccupi. È molto simpatico». Sorrise, e fu lieta che non fosse una finzione forzata. La donna ricambio il sorriso e si allontanò con il figlio.

«Molto contraddittorio, vero?» domandò Elizabeth appena la donna fu abbastanza lontana.

«Già» provò un nuovo conflitto interiore. L’incontro che aveva appena fatto cozzava con violenza con l’esperienza nell’orribile laboratorio dove i suoi simili erano stati torturati e uccisi per il proprio sangue. Si chiese come poteva una specie essere così ambigua nei comportamenti e nelle azioni. Cominciò a dubitare che riuscissero a ragionare con loro e si avvilì. Le parve quasi di avere a che fare con un animale a due teste: ognuna voleva una cosa completamente diversa ed era impossibile accontentare entrambe.

 

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